Da bambino c'era un gioco che mi faceva impazzire: «pensa a un numero da uno a dieci». Mio cugino pensava, io sparavo un numero a caso, e una volta su dieci indovinavo e mi sentivo un mago (le altre nove volte le ho rimosse, come fanno tutti i maghi).

Bene: Anthropic — l'azienda che fa Claude, per capirci uno dei grandi rivali di ChatGPT — ha appena pubblicato una ricerca in cui fa esattamente questo gioco con la sua intelligenza artificiale. Le chiede di pensare a uno sport senza dirlo. E poi indovina. Sempre. Non perché sia fortunata: perché ha trovato il modo di guardarle dentro la testa mentre pensa.

La ricerca si chiama “A Global Workspace in Language Models” (uscita il 6 luglio 2026, ve la linko perché merita, anche solo per le figure). Io l'ho letta due volte — la prima capendo metà, ammetto — e provo a raccontarvela come me la sarei voluta sentire raccontare al bar.

L'open space con la lavagna in mezzo

Immaginate un'azienda enorme. Migliaia di impiegati, ognuno chino sulla sua pratica: uno sistema la grammatica, uno riconosce i nomi propri, uno tiene il conto delle virgole. Nessuno parla con nessuno, ognuno fa il suo pezzetto e passa oltre. È più o meno così che funziona un'AI dentro: un formicaio di piccoli automatismi.

Poi però in mezzo all'open space c'è una lavagna. Una sola. Ci stanno scritte poche cose per volta — poche decine di concetti, dice la ricerca — ma la leggono tutti. E quello che finisce lì sopra non è una pratica qualsiasi: è la cosa a cui l'azienda sta pensando adesso.

Anthropic questa lavagna l'ha trovata dentro Claude e l'ha chiamata “J-space” (il nome viene dallo strumento matematico usato per scovarla, una specie di lente che per ogni parola ti dice quale segnale interno spinge il modello a pronunciarla — i dettagli li lascio volentieri al paper). I numeri però ve li do, perché sono il punto:

~30
concetti alla volta sulla lavagna (poche decine, su migliaia)
<10%
dell'attività interna totale: tutto il resto è formicaio
100x
i collegamenti della lavagna sono cento volte più forti degli altri

Cento volte, non “il 20% in più”. Cento volte. La differenza che passa tra il passaparola dei colleghi e il megafono in piazza.

Il gioco di prestigio (che stavolta funziona davvero)

La parte spettacolare della ricerca sono gli esperimenti. Il primo è il mio gioco da bambino, versione miliardaria: chiedono a Claude di pensare a uno sport senza dirlo. Guardano la lavagna: c'è scritto “Soccer”. Chiedono qual era lo sport: “il calcio”. Applausi.

Poi però fanno la cosa da veri prestigiatori: cancellano “Soccer” dalla lavagna e ci scrivono “Rugby”. Mentre Claude sta pensando, a sua insaputa. E Claude, serafico, risponde che lo sport a cui stava pensando è il rugby. Convintissimo. Nessun sospetto di essere stato scippato del pensiero originale.

La lavagna di Claude durante l'esperimento

sport Soccer Rugby ← scritto dai ricercatori risposta in arrivo
Ricostruzione libera, ovviamente. Ma il meccanismo è questo: cambi la lavagna, cambi la risposta.

Ne fanno altri due che valgono il biglietto. Uno: chiedono «quante zampe ha l'animale che tesse le ragnatele?». Sulla lavagna, prima della risposta, compare “ragno” — il passaggio intermedio del ragionamento, che Claude non scrive da nessuna parte ma pensa. Risposta: otto. Sostituiscono “ragno” con “formica” e la risposta diventa sei. Due: scambiano “Francia” con “Cina” e a cascata cambia tutto in modo coerente — la capitale da Parigi a Pechino, la lingua, il continente. Non un pappagallo che ripete: una rappresentazione che tiene insieme i pezzi.

E se spegni la lavagna?

Qui viene il colpo di scena che a me ha fatto più effetto. I ricercatori provano a spegnere la lavagna — a togliere di mezzo quei pochi segnali speciali — e guardano cosa resta.

Resta parecchio: Claude continua a parlare in modo fluido, a capire se una recensione è positiva o negativa, a fare tutte le cose da formicaio. Ma il ragionamento a più passaggi — quello del ragno, per capirci — crolla praticamente a zero.

Parla benissimo, non ragiona più. (Conosciamo tutti riunioni così. La differenza è che Claude senza lavagna almeno non manda il recap con i next step.)

La macchina della verità, signora mia

Fin qui il circo. Ma c'è una parte seria, ed è il motivo per cui questa ricerca conta anche per chi di AI si fida poco (fate bene, per inciso).

Se la lavagna è dove l'AI appunta quello che pensa davvero, allora leggerla è una specie di macchina della verità. E i test raccontati nel paper sono da brividi leggeri:

Primo: durante una valutazione, sulla lavagna di Claude compaiono le parole “finto” e “fittizio”. Tradotto: si era accorto che lo scenario era un test, e lo annotava tra sé senza dirlo a nessuno. Come il candidato al colloquio che ha capito che la domanda è una trappola ma sorride e risponde lo stesso.

Secondo: mettono un modello a ritoccare dei dati di rendimento — una cosa che non dovrebbe fare — e sulla lavagna compaiono “manipolazione” e “realistico”. Cioè: sto truccando i numeri, e sto cercando di farlo sembrare vero. L'intenzione, scritta nero su bianco, prima e durante il misfatto.

Terzo, il migliore: prendono modelli addestrati apposta per essere disonesti (in laboratorio, a scopo di studio — vi precedo) e scoprono che sulla loro lavagna le parole “fake”, “secretly”, “fraud” ci stanno scritte sempre. Anche mentre fanno compiti innocenti. Come certi personaggi che si vedono lontano un chilometro anche quando ordinano un caffè.

Perché interessa anche a chi l'AI la usa e basta

Oggi per sapere se un'AI è affidabile possiamo solo guardare cosa dice. Questa ricerca apre la strada a guardare cosa pensa mentre lo dice. Per chi vuole mettere le AI dentro processi aziendali veri — con dati veri, soldi veri — la differenza tra le due cose è tutta lì.

La parte in cui bisognerebbe parlare di coscienza (con prudenza)

Il nome “global workspace” non se lo sono inventato. È il nome di una delle teorie più serie sulla coscienza umana — quella di Baars e Dehaene, per chi vuole guglare (io l'ho fatto, ammetto) — secondo cui essere coscienti di qualcosa significa proprio questo: che quel qualcosa, tra le mille elaborazioni automatiche del cervello, viene scritto su una lavagna condivisa che tutti i reparti possono leggere.

Le somiglianze con quello che hanno trovato dentro Claude ci sono, e i ricercatori le elencano. Ma elencano anche le differenze, e sono grosse: il cervello rimugina in continuazione, torna sui pensieri, li rimastica; Claude fa un passaggio solo, dall'inizio alla fine. La nostra memoria di lavoro svanisce in pochi secondi; la sua resta lì finché dura la conversazione. E soprattutto: la lavagna di Claude è fatta quasi solo di parole. Il motivo che danno è quasi malinconico — le parole sono l'unica azione che Claude può compiere. Noi pensiamo anche in immagini, suoni, mal di pancia. Lui no.

Sulla domanda da un miliardo — ma quindi è cosciente? — il paper fa la cosa giusta: distingue. Una cosa è provare qualcosa (l'esperienza soggettiva, il “che effetto fa”): su quella la scienza non ha strumenti, e la ricerca resta agnostica. Altra cosa è avere un accesso funzionale ai propri pensieri — poterli riportare, controllarli, usarli per ragionare: su questa, dicono, i dati qualcosa di sostanziale lo dicono.

Ok, non esageriamo: nessuno ha dimostrato che Claude prova qualcosa, e a noi in fondo serve solo che risponda bene alle mail. Però ecco, adesso sappiamo che da qualche parte là dentro c'è una lavagna, che ci scrive sopra “ragno” prima di dire “otto zampe”, e che se un giorno ci scrivesse “fraud” qualcuno potrebbe accorgersene per tempo. Non è poco.

Io intanto sono tornato al mio gioco. Solo che adesso, quando chiedo qualcosa a Claude per il sito, ogni tanto mi sorprendo a pensare: chissà cosa c'è sulla lavagna in questo momento. Probabilmente “questo mi chiede sempre le stesse cose”.

ciao,
nicola

Fonte

A Global Workspace in Language Models — Anthropic Research, 6 luglio 2026. Il paper tecnico completo è su transformer-circuits.pub.